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Per il mio bene - Recensione: maternità e rinascita

L'opera prima di Mimmo Verdesca è un film crudo e realistico anche se essenziale, che riflette sulla maternità e sulla ricerca della verità 

Cosa significa essere donne quindi persone forti, indipendenti e apparentemente invincibili?

 

Guardando i primi istanti di Per il mio bene sembra che significhi essere Giovanna. 

 

 

[Il trailer di Per il mio bene]

 

 

Giovanna ci viene presentata fin da subito impettita e orgogliosa, con un tailleur che non la rende rigida, ma delicata, una leader nata che sembra non aver bisogno di nessuno.  

 

Nei primi minuti di Per il mio bene grazie all'interpretazione di Barbora Bobulova il suo personaggio entra nel cuore dello spettatore: basta il suo discorso iniziale per affezionarsi a lei e alla sua storia, quale che sia. L'equilibrio della sua vita sembra ormai ben rodato, finché non scopre che in realtà non è invincibile. 

A dirglielo è qualcosa che tutti temiamo: una malattia, ma non una qualsiasi.

Un tumore per il quale necessita di un trapianto di fegato.

 

Il fatto che il film fosse incentrato su una malattia personalmente non mi aveva entusiasmato: mi tengo spesso lontana dalle narrazioni di questo tipo, perché onestamente le reggo male. 

Per il mio bene in realtà non si concentra solamente su questo aspetto, ma diventa quasi un giallo.

Fin da quando la mamma della protagonista interpretata da Stefania Sandrelli le dice "Nessuno è invincibile" in modo criptico e poco dopo rivela anche un'altra verità.  

Senza fare spoiler, perché è lo snodo centrale che si scopre dopo poco, per un motivo specifico sua mamma purtroppo non può aiutarla. 

 

Giovanna dovrà allora destreggiarsi per scoprire la verità e farsi salvare la vita da una sconosciuta.

 

 

[Barbora Bobulova in Per il mio bene]

 

 

I problemi di Per il mio bene, malgrado la trama interessante, a mio avviso cominciano qui.

 

Il modo in cui viene rivelata la verità e diversi momenti che dovrebbero essere drammatici suonano tuttavia un po' costruiti; sembra tutto molto "caricato" ed enfatizzato all'inverosimile, come se si assistesse a uno spettacolo teatrale. 

Per il mio bene è molto minimale nella fotografia e nella colonna sonora, la recitazione sicuramente puntuale non sembra però bucare lo schermo; il percorso della ricerca, con tutti i suoi ostacoli burocratici, non incuriosisce troppo e il primo atto del film mi è parso scorrere lentamente.  

 

Ci sono però anche aspetti positivi, come la protagonista che rimane comunque ben caratterizzata e soprattutto la palese voglia di scavare dentro le fragilità delle persone quando sono poste di fronte a tragedie indescrivibili: forse tutti saremmo stati così intensi di fronte a situazioni talmente traumatiche, dalla malattia fino allo smarrire la propria identità di famiglia. 

 

 

[Barbora Bobulova e Marie-Christine Barrault in Per il mio bene]

 

 

Il film riflette soprattutto sull'idea di famiglia, su cosa significa essere madri e sulla differenza - spesso trattata anche in altre pellicole - tra madri biologiche e madri che scelgono di esserlo.

 

Al centro c'è molto più della malattia, che risulta essere solo un pretesto per riflettere su cosa significa davvero "famiglia".

Diverse figure materne si contrappongono: Giovanna stessa ha un rapporto non radioso con la sua figlia adolescente che sembra non sentirsi capita, mentre d'altro canto deve comprendere lei stessa che cosa significa essere madre e che cosa significa essere se stessa. 

 

Il viaggio di Giovanna è un viaggio doloroso, ma necessario per la sua crescita personale. Le certezze sembrano non esistere in una vita complicata e piena di segreti, anche se a lungo andare la fatica della protagonista è ripagata e alcune risposte arrivano. 

La rivelazione finale a cui arriva, che vorrebbe forse essere un colpo di scena ma non mi ha stupito particolarmente, si apprezza per la verità e la profonda crudezza con cui viene raccontata.

 

Per il mio bene è un film particolare, dallo stile "documentarista" del regista (al suo esordio nel Cinema di finzione) che a volte è fin troppo minimale, ma a visione conclusa lascia immobili per qualche minuto per farci riflettere sulla crudeltà della vita.

___ 

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