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È nelle sale in questi giorni A Different Man, scritto e diretto da Aaron Schimberg, un film che non finisce di sollevare domande e alimentare interpretazioni.
A Different Man racconta la storia di Edward, interpretato da Sebastian Stan, aspirante attore dal volto deformato per la neurofibromatosi, che decide di sottoporsi a una cura sperimentale grazie alla quale guarisce completamente.
Il successo in carriera e l’amore della vicina di casa, Ingrid (Renate Reinsve), non lo aiutano tuttavia a superare paure e incertezze, che manifesteranno tutto il loro potere autodistruttivo nel momento in cui compare in scena Oswald (Adam Pearson), anch’egli aspirante attore affetto dalla stessa malattia ma determinato e sicuro di sé, che in breve tempo si insinua nel mondo del protagonista.
[Il trailer di A Different Man]
La storia di Edward sembra uscita dalla penna di Luigi Pirandello o Franz Kafka, ponendosi nel solco di una ricca tradizione letteraria, prima ancora che cinematografica, incentrata sul tema del doppio.
Un’opera in particolare, tuttavia, riecheggia nella vicenda di A Different Man.
Mi riferisco a quel piccolo capolavoro che è Il sosia, breve romanzo in cui Fëdor Dostoevskij nel 1846, ovvero 50 anni prima che Sigmund Freud fondasse la psicoanalisi, descrive alla perfezione la mente di uno schizofrenico.
Un vero thriller psicologico ante litteram.
In questo racconto, già fonte d’ispirazione per film come Il cigno nero di Darren Aronofsky, L’uomo senza sonno di Brad Anderson e Partner di Bernardo Bertolucci, si narra la storia del signor Goljadkin, un oscuro impiegato di San Pietroburgo socialmente inetto e afflitto da complessi di inferiorità, la cui vita viene stravolta dalla misteriosa comparsa di un personaggio che altri non è che una sua copia: un sosia, per l’appunto.
L’enigmatico individuo è proprio come lui e, tuttavia, meglio di lui.
Costui comincia a vivere la sua vita, o meglio, quella che lui vorrebbe vivere, riuscendo in tutto ciò in cui lui fallisce e rubandogli il lavoro e l’ammirazione di Klara, la donna amata.
In realtà, grazie alla maestria tecnica dell’autore, noi non capiamo mai se questo sosia esista realmente oppure se sia frutto dell’immaginazione del protagonista; se si tratti semplicemente di un personaggio su cui questo riversa le sue frustrazioni in un delirio allucinatorio o se si sia veramente materializzato un altro signor Goljadkin, che incarna tutte le caratteristiche vincenti di cui lui è privo.
[Il sosia di Fëdor Dostoevskij]
Sappiamo però per certo che l’io del protagonista a un certo punto, dopo aver visto crollare ogni speranza, ha subito una scissione, frantumandosi, e che la sua mente ha perso definitivamente la lucidità.
Non anticiperò il finale, limitandomi a dire che non si discosta di molto da quello di A Different Man.
Voi potreste giurare che Oswald esiste realmente?
Così il tema del doppio diventa uno strumento per indagare l’abisso inesplorato dell’io e portare alla luce la domanda delle domande: Chi sono?
"Aveva l’aspetto di uno che volesse cacciarsi da qualche parte per nascondersi perfino a sé stesso, per sfuggire perfino a sé stesso", scrive Dostoëvskij a proposito del signor Goljadkin, ma potremmo usare le stesse parole per definire il personaggio di Edward.
Anche in A Different Man tutta la realtà di cui si circonda il protagonista riflette il suo immobilismo, la sua passività, lo strenuo tentativo di scomparire e attirare meno possibile l’attenzione del mondo che, nonostante ciò, continua a guardarlo con disgusto.
O, per lo meno, questa è la sua percezione.
“Nel dubbio, vivi nella paura”.
Cosa rende Edward, Edward? Indubbiamente il suo volto, lui crede.
“Lei lo ama per chi è. Se cambia faccia, chi è?”
Chiede durante le prove della pièce di Ingrid in cui interpreta se stesso. In A Different Man cambiare il proprio volto equivale a cambiare la propria identità, dunque.
Così una nuova faccia rappresenta l’unica garanzia di riconoscimento, l’unico riscatto possibile: una nuova vita.
[Sebastian Stan in A Different Man]
Quando avrà cambiato volto, infatti, il protagonista di A Different Man metterà letteralmente in scena il proprio suicidio fittizio.
Edward è morto, non c’è più. Al suo posto adesso c’è Guy.
Tutto sembra perfetto.
Qual è, però, la conseguenza se poi si scopre che non è così? Dopo la metamorfosi sembra che il protagonista si senta a proprio agio solo sul palcoscenico nascosto dietro la propria maschera.
Chi è allora Edward?
Il film non sembra voler dare una soluzione univoca alla bizzarra e grottesca vicenda.
La presenza costante di superfici riflettenti, elemento molto presente anche nel libro sopra citato, amplifica una sensazione di straniamento che domina in tutto A Different Man.
Creando un universo alternativo, lo specchio è da sempre archetipo del nostro essere e può diventare veicolo di verità occulte o, al contrario, insidioso e ingannevole messaggero, come ci insegna una lunga tradizione folklorica nonché letterario-cinematografica che va da Alice nello specchio all’Orfeo di Jean Cocteau, da Lo specchio di Andrej Tarkovskij al mito di Narciso.
[Sebastian Stan in A Different Man]
L’ambiente in cui si dipana la storia di A Different Man, poi, è centrale.
“La città è il destino tragico dell’uomo”.
[tratto da N. A. Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, Einaudi, 2002, Torino, p. 27)
In questo caso non l’astratta San Pietroburgo del signor Goljadkin, ma la fumante New York di Taxi Driver. Edward non è ancora un uomo del sottosuolo come Travis Bickle, ma sta per diventarlo.
I suoi tratti deformati non sono che la manifestazione esteriore della sua condizione interiore di disprezzo e ripugnanza per se stesso.
La colonna sonora di A Different Man, firmata dal compositore italiano Umberto Smerilli con il contributo di Angelo Maria Farro per l’orchestrazione, descrive alla perfezione questa zona d’ombra che delimita ciò che è reale da ciò che non lo è, lo spazio liminale che rappresenta la condizione metafisica in cui si dibatte il protagonista, sospeso tra chi era, chi è e chi non è.
Il mondo musicale evocato è quello jazz, legato per definizione a New York, come nella colonna sonora di Taxi Driver scritta da Bernard Hermann.
[Il tema principale della colonna sonora di Taxi Driver composta da Bernard Herrmann]
Tuttavia l’armonia inafferrabile e la scelta di alcuni timbri conferiscono al tema un’aura instabile, ambigua, a tratti disturbante.
Protagonisti indiscussi di A Different Man sono il sax e il clarinetto accanto al pianoforte.
Il tema si trasforma lungo il corso del film frantumandosi in vari arrangiamenti, ma rimanendo sempre lo stesso, in una metamorfosi apparente che ricorda quella di Edward.
Talvolta si addolcisce assumendo toni più intimi e malinconici in brani come Melancholy e Abstract night, dove viene eliminato l’elemento misterioso e disturbante e rimane quello più melodico; diventa più dissonante in Going Mad; si colora di sonorità oniriche laddove compaiono strumenti come la celesta e l’arpa.
[Il tema principale della colonna sonora di A Different Man]
A volte poi il tema si trasfigura completamente come in Disturbing March, soffocato da percussioni impazzite e stridenti cluster di fiati e ottoni, in un climax sonoro che fa da contrappunto alla perdita totale del controllo di sé del protagonista.
C'è una scena di A Different Man dal sapore squisitamente lynchano in cui il tema è diegetico e non extradiegetico, ovvero proviene da una fonte interna al film stesso: mi riferisco alla sequenza in cui Edward, seduto in un bar e divorato dall'invidia, osserva Oswald sul palco che suona al sax il tema del film.
Noi vediamo Oswald riflesso nello specchio, elemento che sappiamo centrale nel film, accanto al protagonista in una rappresentazione che potrebbe essere la sintesi dell'intero film, rappresentando i due io di Edward, quello che è e quello che vorrebbe essere.
Tra le variazioni al tema compare curiosamente una Habanera che non può non richiamare alla mente quella scritta da Herrmann per Vertigo, il capolavoro di Alfred Hitchcock incentrato anch’esso, guarda caso, sul tema del doppio.
Vertigo, tra l'altro, sembra richiamato nella struttura stessa di A Different Man: entrambi i lungometraggi, infatti, sono divisi in due sezioni dedicate alla doppia vita di un unico personaggio, separate dalla messa in scena della sua apparentemente morte.
Lungi dal disambiguare e dare una chiave di lettura che risolva l’enigma dell’io, la musica enfatizza il carattere indecifrabile di questo racconto in bilico tra sogno e realtà, sospeso sul filo sottilissimo della lucidità di un disperato personaggio in cerca d’autore che, cacciato dal teatro, non può che dire, come epitaffio del suo fallimento sul palcoscenico della vita.
"La maschera è mia e me la tengo".
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