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Hole - Recensione: la freddezza che non fa paura - RNFF23

Diretto da Hwang Hyein e già presentato all'ultima edizione del Festival del Cinema di Cannes, il cortometraggio Hole è uno dei titoli scelti per l'appuntamento di quest'anno con il Ravenna Nightmare Film Festival: 24 minuti circa per raccontare una delle paure più ancestrali dell'uomo, quella del buio e di ciò che non si conosce

Per tutti gli appassionati del genere horror il Ravenna Nightmare Film Festival è un appuntamento imperdibile e anche quest'anno alcuni dei titoli in concorso sono stati inseriti nel catalogo in streaming del canale MyMovies One, tra cui il coreano Hole, firmato dall'esordiente Hwang Hyein

 

Hole è un cortometraggio della durata inferiore alla mezz'ora, con una trama semplice e una regia altrettanto "pacata".

Una giovane donna, impiegata per i servizi sociali, conduce un'indagine sui minori appartenenti a famiglie che versano in situazioni di disagio e degrado, finché si imbatte in un appartamento in cui trova due bambini, di cui una muta. 

 

Jeong-mi (Lim Chae-young) appare insicura già dai primi istanti del film, ma quando i due bambini insistono affinché la donna porti in salvo i loro genitori - presumibilmente intrappolati in una inquietante botola all'interno della casa - questa trova il coraggio di affrontare le proprie paure e cerca di aiutarli. 

 

 

 

 

Hole: perché l'ignoto ci spaventa così tanto? Chissà, a mio avviso Hwang Hyein non ci è riuscita. 

 

Una trama semplicissima, una regia che resta molto lenta, piatta, silente (letteralmente la regista ha fatto quasi a meno della musica), per fare luce sull’oscurità, aprire quel vaso di Pandora o quella porta che separa il mondo degli umani da quello del sovrumano, il mondo dei sogni da quello degli incubi. 

 

Hole ha in sé il germe di una storia che ha tanto da raccontare, un topos universale che fa da fil rouge a qualunque film horror che si conosca: la paura dell'essere umano nei confronti di ciò che non vede e non conosce, di ciò che è altro da sé e il terrore della propria incapacità di vedere; quello che si prova - banalmente - quando si è al buio nel corridoio di una vecchia casa.

 

Il buco, in fondo, è una metafora perfetta di questa fobia, non soltanto in Hole: si parla di buco nero nell'universo e già ci si perde, ma non è nemmeno la prima volta che diventa protagonista sullo schermo (pensiamo a Il buco, produzione Netflix di pochi anni fa), a rappresentare un percorso la cui profondità diventa angosciante, perché non si sa mai dove ci può condurre.

Il pozzo, poi, è un oggetto capace di far accapponare la pelle a chiunque abbia visto Ringu (o il cugino Made in USA, The Ring), ormai detentore di un'aura magnetica e terrificante al tempo stesso - state mentendo se negate che l'immagine di un pozzo non evochi nella vostra testa la voce di Samara Morgan che al telefono vi conta gli ultimi 7 giorni della vostra vita. 

 

Hole, però, non è secondo me un film riuscito.

Non lo è perché - come amiamo dire noi italiani - "è tutto fumo e niente arrosto".

Gli autori asiatici gli horror li sanno fare bene - i giapponesi li sanno fare molto, molto bene - e ci hanno insegnato che il jump scare non è tutto e che molta dell'inquietudine è data dall'aria delle inquadrature, dalla suspense creata dai momenti di silenzio, dagli istanti dilatati in cui sembra che stia per succedere qualcosa e poi... no, non accade nulla.

 

Takashi Shimizu - un Maestro del J-Horror - ha sempre detto che il timing è tutto nel genere.

 

Eppure, a un certo punto, il terrore serve, per sciogliersi in quella catarsi, per permettere al petto di sussultare e poi di nuovo rilassare la muscolatura, far fluire il sangue con il suo ritmo consueto.

Hwang Hyein ci ha provato con Hole, ha anche giocato con il genere in maniera elegante, con una fotografia ben curata e mostrando di sapere ciò che stava facendo, ma si è persa per strada, in un buco nero.

Perché alla fine di quei 24 minuti quel che ne risulta è fin troppo debole, privo della volontà di osare davvero.

 

Abbiamo tutti gli ingredienti per un horror dal sapore asiatico, ma a mio pareree manca il finale.

C'è la casa decadente, l'elemento dell'acqua (le dead wet girl sono tanto care al genere in Oriente), la coppia di bambini di cui non vuoi fidarti, la ragazza dal comportamento outsider che si caccia nella situazione più improbabile, quando la scelta più opportuna sarebbe stata quella di voltarsi indietro o di chiamare aiuto.

La scena finale di Hole è però di una freddezza estrema, l'unica cosa che ci viene mostrata è il terrore che si congela nel volto di Jeong-mi, senza farci comprendere quali siano i problemi che la tormentano. 

 

Forse, però, la regista voleva suggerirci che ognuno di noi trascina con sé le proprie paure, perché se è vero che la paura del buio è primordiale - tanto che esiste propriamente una tappa nell'infanzia durante la quale la si sperimenta - è altrettanto vero che ciascuno proietta nell'oscurità le più diverse fobie, un po' come quando a Hogwarts gli studenti hanno a che fare con il Molliccio che si trasforma nei loro incubi, nessuno uguale all'altro. 

 

Eppure, se per la finezza stilistica Hwang Hyein ha portato a casa più di un premio per Hole, in conclusione non resta che l'amarezza per un finale che non ci spaventa.

 

Alla fine, le nostre stesse paure restano quelle più autentiche che mai. 

 

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