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Dove avevamo lasciato Bridget Jones?
Dopo anni di gavetta nella televisione Bridget si è finalmente affermata come produttrice esecutiva di un programma TV della fascia mattutina, dove ha ampliato la propria rete di amicizie con l’esuberante e impudente conduttrice Miranda (Sarah Solemani), ha smesso di bere e di fumare e sembra più che mai concentrata sulla carriera.
Anche la sua vita sentimentale è a una svolta: dopo vari tira e molla con lo storico fidanzato Mark Darcy (Colin Firth) e un flirt con l’affascinante Jack Qwant (Patrick Dempsey), Darcy e Bridget sono finalmente convolati a nozze nel terzo capitolo della saga dopo la nascita del loro primogenito.
L’eterno rivale in amore Daniel Clever (Hugh Grant), che sembrava rimasto vittima di un incidente aereo, è in realtà sopravvissuto e non ha perso le buone abitudini da playboy.
[Il trailer di Bridget Jones - Un amore di ragazzo]
In questo quarto capitolo ritroviamo Bridget Jones (Renée Zellweger) in una nuova fase della vita che si presenta inaspettatamente amara: Mark Darcy è rimasto ucciso in una missione umanitaria in Sudan e Bridget, vedova da quattro anni, ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura dei due figli, Billy e Mabel, con l’aiuto dell'insolito ma prezioso baby sitter Daniel, più caustico che mai.
Tutto il resto è rimasto uguale nella vita di Bridget: gli amici storici che la incitano al dating, le antipatiche cene di coppia in cui sentirsi esaminati al microscopio, gli outfit a fiorellini e il cardigan rosa, il diario rosso regalato da Darcy alla fine del primo film, ritroviamo persino la dottoressa Rawlings interpretata dalla magnifica Emma Thompson, comprimaria perfetta di Hugh Grant con cui condivide dosi massicce di cinismo e umorismo brit.
Ma la singletudine di Bridget, si sa, non è destinata a durare per sempre.
Il franchise di Bridget Jones ha ormai consolidato tutti i suoi punti forti e un legame imperituro con il pubblico, oggi più che mai fondato sull’eterna nostalgia per le commedie romantiche dei primi anni 2000, che nel bene e nel male hanno segnato l’universo romantico dei Millennial.
I tempi sono cambiati e se il terzo capitolo (prodotto e distribuito prima della nascita del movimento #MeToo) non sembrava aver recepito appieno l’onda d’urto del cambiamento nella narrazione dell’universo femminile, Bridget Jones - Un amore di ragazzo fa il salto di qualità abbandonando con nonchalance ogni residuo patriarcale; compresi i commenti sulla forma fisica e il paternalismo di Darcy e Clever.
Persino Bridget Jones ricorda bonariamente al suo vecchio capo che l’era dei commenti sul corpo delle donne e delle palpatine pruriginose sul luogo di lavoro sono definitivamente finiti.
[Renée Zellweger in una scena di Bridget Jones - Un amore di ragazzo]
Nonostante la sceneggiatura non brilli per originalità cavalcando perlopiù i cliché ormai consolidati del personaggio, Bridget Jones - Un amore di ragazzo riesce tuttavia a guardare con grazia e leggerezza a una donna di fronte al dolore inconsolabile della perdita e alle difficoltà quotidiane della maternità, che fa i conti con il tempo che passa non tanto e non più sul corpo, che ha finalmente smesso di essere martoriato dal giudizio implacabile dei trent’anni.
La perdita di Darcy e del padre Colin (Jim Broadbent, un altro colpo basso degli sceneggiatori) e le responsabilità della maternità da single ci mostrano una Bridget Jones inedita, davvero adulta, per la quale ancora una volta non possiamo fare altro che empatizzare.
Bridget non ha perso la voglia di desiderare, di divertirsi, di cogliere al volo le occasioni di felicità che le si presentano, come il flirt con il toyboy del titolo Roxster (Leo Woodall): una ventata di spensieratezza che è anche il modo per fidelizzare il pubblico più giovane che si avvicina solo ora al franchise, senza tradire le aspettative di chi ancora vagheggia le baruffe fra Darcy e Daniel.
Il segreto (del successo) di Bridget Jones è che non si è mai presa troppo sul serio e non si è mai vergognata di essere una pasticciona, nonostante non fosse conforme a certi canoni - di bellezza, magrezza, realizzazione professionale e sentimentale - incurante delle sue adorabili figuracce di fronte a qualche platea imbalsamata di inappuntabili gentlemen inglesi.
Bridget ha sempre vissuto nella scanzonata consapevolezza di avere dentro di sé tutte le risorse per svoltare ancora una volta (come quando insegnò alle compagne detenute thailandesi a cantare con convinzione Like a Virgin di Madonna) e superare le contingenze della vita con ottimismo e un’inguaribile voglia di vivere.
[Renée Zellweger e Chiwetel Ejiofor in una scena di Bridget Jones - Un amore di ragazzo]
Per questo amiamo Bridget Jones e il suo universo.
Per questo con tutti i limiti e le forzature della sceneggiatura e nonostante una colonna sonora meno iconica delle precedenti, Bridget Jones - Un amore di ragazzo resta un perfetto comfort movie, un meccanismo ben oliato di saccente umorismo inglese e donne perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.
L’era delle commedie romantiche fondate sulle battaglie fra i sessi e le rivalità è ormai tramontata, ma c’è ancora spazio per storie come quella di Bridget dove il mito della favola - su cui anche quest’ultimo capitolo non stenta a indulgere - è scalzato da giuste dosi di ironia e fato capriccioso.
Il lieto fine non dispiace, neanche quando porta con sé l’amarezza della perdita definitiva di un personaggio tanto amato.
L’amore infatti, così come le storie che ci hanno appassionato, non si esaurisce quando arriva alla fine, ma è un’energia in costante trasformazione che continua a fluire dentro e fuori di noi.
[articolo a cura di Vittoria Sertori]
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